Associazione Antiracket ed Antiusura del Calatino Francesco Borzì

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Associazione Antiracket ed Antiusura del Calatino Francesco Borzì Costituita nel 2004 ed iscritta al n. 11 del Registro Prefettizio l'Associazione assiste e supporte le vittime del Racket e dell'Usura

28/11/2021

25 anni fa la famiglia di Chiara Frazzetto fu sterminata dalla mafia. Due uomini entrarono nel negozio di abiti da sposa, fedi e altri oggetti per i matrimoni gestito da Salvatore Frazzetto e dalla sua famiglia. Dissero di voler comprare delle fedi ma erano due esattori del pizzo e iniziarono a picchiare Salvatore e la moglie Agata.
Poi presero la pi***la di Salvatore e lo uccisero, e dopo uccisero anche il figlio sparandogli un colpo alla tempia. Infine spararono ad Agata ma l’arma s’inceppo’.
La povera donna fece il riconoscimento che consentì di arrestare i due malviventi. Ma prima di testimoniare al processo fu raggiunta da gravi intimidazioni, fu più volte seguita al cimitero, perseguitata da telefonate anonime, per indurla a ritrattare le accuse.
La signora Agata, distrutta dal dolore e dalla pressione psicologica, si uccise nella propria casa, meno di cinque mesi dopo, il 23 marzo.
Chiara, l’unica sopravvissuta della famiglia ha deciso con coraggio continuare a lottare. È rimasta a Niscemi e nella stessa chiesa ove si celebrarono i funerali della mamma ha sposato Paolo, il poliziotto che aveva partecipato alle indagini sullo sterminio della sua famiglia.
Nel 2003 L’assassino viene condannato a 28 anni per duplice omicidio. Il suo complice a 17 anni per concorso. Ma già nel 2018 Chiara li incontra liberi per le strade del paese...
“Attraverso il mio dolore, le mie parole, la mia famiglia continuerà a vivere. Non possono essere dimenticati...”, ha detto Chiara. E noi non li dimenticheremo.

16/09/2021

Giorgia De Acutis ha già ricoperto a Napoli il ruolo di comandante della sezione Antidroga del Nucleo Investigativo

05/05/2021

Il re dei torroncini racconta il tentativo di estorsione e la minacce di morte subite due anni fa. La Dd di Catania ha arrestato 40 boss e due imprenditori collusi

08/03/2021

Lea Garofalo. In questo 8 marzo vorrei celebrare Lei. Una donna che, a maggior ragione in quanto donna, non volle sottostare alle “regole” della ‘ndrangheta e venne barbaramente uccisa.
Ebbe la voglia e la forza di ribellarsi. Ribellarsi a chi voleva decidere per lei e toglierle diritti, su tutti la libertà di scegliere cosa fare della propria vita.
Dopo la morte di Lea Garofalo il testimone del suo coraggio passò alla figlia che, con determinazione, continuò l’opera della madre.
Buon 8 marzo Lea Garofalo. Buon 8 marzo a tutte le donne e a noi uomini che abbiamo ancora tanto da imparare.

10/01/2021

Sono passati esattamente trent'anni da quando Libero Grassi , imprenditore tessile divenuto icona dell'antiracket suo malgrado, affidò al Giornale di Sicilia il...

06/01/2021
LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI M***A.
04/01/2021

LA MAFIA È UNA MONTAGNA DI M***A.

La scena fu agghiacciante: la portiera anteriore destra della macchina aperta, la chiave inserita ed il quadro acceso. Dentro, con la testa poggiata sul volante, giace il corpo del sovrintendente della polizia, Salvatore Aversa, mentre distesa sull’asfalto, dall’altro lato, sua moglie Lucia Precenzano.
Le loro vite sono così interrotte, all’età di poco più di 50 anni, lasciando nel dolore i loro amati figli.
Era il 4 gennaio di 29 anni fa, nei giorni di festa che precedono l’epifania. Salvatore e Lucia, passano a salutare alcuni amici e poi si fermano in centro per comprare gli ultimi regali.
È raro che Salvatore abbia tutto un pomeriggio libero dalla sua missione, la Divisa. Così ne approfittano per passeggiare insieme tra le luci e le vetrine addobbate a festa. Al rientro raggiungono la loro macchina, Salvatore si dirige verso il lato di guida, apre la portiera, Lucia, dall’altro lato, aspetta che lui le apra da dentro lo sportello per poter entrare e tornare a casa. All’improvviso due killer mafiosi aprono il fuoco, sparando prima sul poliziotto e poi sulla moglie.
Salvatore e Lucia hanno pagato con la vita l’integrità di quella Divisa.

Paolo Borrometi

22/12/2020

Nei decreti autorizzati dal Papa riconosciuto il martirio del magistrato siciliano ucciso dalla mafia nel 1990 e le virtù eroiche di sette Serve e ...

16/06/2020

“Aveva paura, fece il suo dovere ma non tornò più a casa”

Era l’anno dei mondiali vinti, l’anno di Pablito Rossi, l’anno di Bearzot e del presidente Pertini con la coppa del mondo. E tutto questo fece quasi passare (quasi) in secondo piano gli “omicidi eccellenti”, di quel 1982.
L’anno in cui la mafia uccise, fra gli altri, l’onorevole Pio La Torre, Rosario Di Salvo, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
E se passarono, nell’attenzione dell’opinione pubblica, in secondo piano omicidi come questi, figuratevi quelli di “tre ragazzi”, servitori dello Stato.
38 anni oggi, sono passati il doppio degli anni che all’epoca aveva Salvatore Raiti e molti più di quelli di Luigi Di Barca, due dei tre carabinieri trucidati dalla mafia nella “strage della circonvallazione”. Il terzo carabiniere di anni ne aveva poco più di quaranta e si chiamava Silvano Franzolin.
I tre “ragazzi” morirono sotto centinaia di colpi di kalashnikov, sparati per ammazzare il boss catanese, Alfio Ferlito, che stavano trasferendo. Insieme a loro, l’autista: Alfio Di Lavore, anche lui molto giovane che, quel giorno, sostituì alla guida il padre.
L’omicidio del boss Ferlito era un “favore” che i corleonesi di Riina facevano al loro alleato catanese, Nitto Santapaola. E per quel “favore” Salvatore, Luigi e Silvano, insieme ad Alfio, vennero massacrati.
La sorella di Salvatore Raiti, Giovanna, racconta che la sera prima il fratello avesse paura ma “l'indomani mise la paura sotto gamba e fece il suo dovere”. Da quel giorno non tornò più. Vivo.
Giovanna Raiti ci chiede di “fare rete” per non spegnere la memoria di questi “ragazzi”. Per non ucciderli ancora una volta.
Io scelgo di ricordare.

Paolo Borrometi

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